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Socializzazione

Posted on 18 novembre 2014

Nel periodo che va dal ventesimo al cinquantesimo giorno di vita del cucciolo il comportamento dell’uomo é determinante ai fini di una buona socializzazione. Se durante questo periodo viene a mancare il contatto con l’uomo il cane avrà difficoltà ad identificarlo come un proprio simile e, quindi, a socializzare con lui in modo corretto.

Questa circostanza é stata verificata e confermata da osservazioni condotte su cani di più razze. E’ stato constatato che i soggetti che tra il ventesimo ed il cinquantesimo giorno hanno avuto contatti solo con i propri simili e non con l’uomo si sono rivelati, crescendo, soggetti poco socievoli, riservati, diffidenti e, di conseguenza, difficili da addestrare. Il contrario, cioè, di quanto avviene quando il soggetto, da cucciolo, ha avuto la possibilità di prendere tempestiva conoscenza dell’odore e del calore dell’essere umano e di riconoscere in lui un suo simile.

La socievolezza di un cane é strettamente condizionata, quindi, dalla esperienza del cucciolo nel terzo mese di vita; se durante questo periodo venisse a mancare il contatto con l’uomo il cane rimarrebbe per sempre poco socievole nei suoi confronti e molto difficilmente potrà instaurare con lui quel corretto rapporto che é premessa indispensabile per ottenere risultati positivi nell’addestramento.

Vediamo ora come occupa il suo tempo un cucciolo durante la crescita e quale tipo di rapporto cerca con il suo compagno di gruppo, l’uomo, che considera un suo simile. In tutte le sue espressioni di gioco il cucciolo ha bisogno di una costante prova di fiducia da parte del suo compagno: se saremo in grado di dimostrargliela e confermargliela tutto procederà bene sia nella formazione del carattere sia per l’instaurazione di un giusto e corretto rapporto. Il cane non tradirà mai il branco, composto da lui e dal suo educatore con il quale collaborerà in buona armonia, come un suo pari razza.

Se viene picchiato il cane perde la fiducia nel suo conduttore. Quando un cane viene picchiato alle percosse si uniscono normalmente imprecazioni o comunque espressioni vocali irritate o alterate, ma non sono le imprecazioni che il cane ricorda e collega con l’azione , bensì il tono alterato della voce unito al dolore. Più ancora del dolore quello che il cane difficilmente dimenticherà é il gesto minaccioso del conduttore. Quel gesto genera una “umiliazione” che può anche deviare un carattere in formazione. Per questo porre in essere atteggiamenti come quelli ora descritti, che opprimono un soggetto nel momento più delicato della sua vita, quello della sua formazione, non é certo il comportamento del cinofilo che si definisce tale.

Teniamo ben presente che quando il cane viene picchiato il danno maggiore si crea non con il dolore, ma con il gesto che lo precede. Non dobbiamo dimenticare che il cane ha una memoria molto sviluppata: troppo spesso però trascuriamo questo fattore importante ai fini dell’addestramento e dell’educazione del nostro allievo.

Quando sgridiamo o picchiamo un cane per qualche cosa che non doveva fare, quasi sempre l’intervento è preceduto da un richiamo a voce in cui viene pronunciato il “NO” che per noi significa dire al cane di desistere dal fare una cosa.

Immaginiamo una famiglia composta da più bambini: (abbiamo detto che il cane ha buona memoria) quante volte nell’arco della giornata la mamma richiama i propri figli con la parola “NO!”? Pensate al cane che come animale di gruppo partecipa e ascolta tutto ciò che diciamo, senza conoscere il significato delle parole, ma ce nè una che non può dimenticare: quel “NO!” che ha preceduto un calcio o una frustata. Quando il cane sente questa parola, anche se non è rivolta a lui, si va automaticamente a nascondere cercando protezione, ma dovrà autoproteggersi, perché in quel momento nessuno lo aiuta e ciò costituisce una continua frustrazione della quale spesso non ci accorgiamo o alla quale non diamo importanza, ma che interviene come strumento di oppressione nel processo di formazione del suo carattere .

Sappiamo che il piccolo è costantemente alla ricerca di oggetti molli da poter mordere, rompere, strappare, perché è un predatore, allora non lo dobbiamo lasciare solo con oggetti che potrebbe rompere o danneggiare, perché se ciò avverrà la colpa sarà solo nostra.

Se un bambino lo si lascia giocare con un coltello e si ferisce, la colpa non deve essere data al bambino, ma a chi gli ha permesso di giocare con il coltello. Allora qual’è la differenza? Non esiste nessun motivo per cui un cucciolo debba essere rimproverato quando di sua iniziativa gioca con ciò che trova alla sua portata , mentre quando lo fa un bambino si cerca con modi e metodi più garbati di fargli comprendere che non lo deve fare perché potrebbe essere pericoloso; con questo contradittorio comportamento si vuol forse dimostrare che il cucciolo ha  l’intelligenza più sviluppata del bambino attribuendogli la capacità di capire tutto da solo mentre al bambino no? Tutto questo nell’uno e nell’altro caso non é corretto. Il cucciolo in questo deve e vuole essere guidato dal suo compagno di branco.

Evitiamo, allora, di mettere il cucciolo nelle condizioni di creare danni a cose, magari di valore e tutto si risolverà, anche perché precedentemente abbiamo detto che il cucciolo deve essere assecondato nelle sue azioni predatorie; il cucciolo non può giocare solo quando noi siamo disponibili a farlo, questo lo potremo ottenere quando sarà adulto e ben addestrato.

Troppo spesso ci sentiamo dire: “il mio cucciolo é dotato di una intelligenza eccezionale: se ne ha combinata una delle sue quando io rientro a casa la sera lui si va a nascondere”. Questo pseudo-conoscitore ed educatore del proprio cane, invece di attribuirgli eccelsa intelligenza, dovrebbe esprimersi in questo modo: ” possiedo un cucciolo che dimostra di essere più intelligente di me: la mia ignoranza una volta mi ha portato a punirlo rientrando a casa perché mi sono accorto che aveva rotto una pantofola; ora quando rientro anziché farmi le feste si va a nascondere”.

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