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Tag Archive | "educazione del cane"

Traumi da evitare

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Il senso della gerarchia é innato nel cane come in tutti gli animali che vivono in branco. Istintivamente – crescendo – il cane vorrà definire il suo ruolo nel branco e cercherà di diventare il leader. Questo istinto si rivelerà, un giorno, anche se cresciuto accanto all’uomo e se avrà la possibilità di imporsi, sarà lui la guida del suo gruppo (uomo-cane), non accetterà più di riconoscere al conduttore il suo ruolo di guida.

E’ necessario evitare che ciò accada, l’uomo deve saper precedere il manifestarsi di questo istinto, prevenire il cane nello stabilire tempi e modi di individuazione del leader. L’uomo dovrà fare in modo di non mettere mai in discussione il suo ruolo “guida” con interventi opportuni e non frustanti, fin da quando lo farà giocare da cucciolo.
Abbiamo sottolineato l’importanza che il cucciolo durante il gioco abbia la massima libertà di azione. Questa sua libertà dovrà essere interrotta di tanto in tanto immobilizzando a terra il cucciolo con la pancia all’aria tenendogli una mano sullo sterno. Il cucciolo sentendosi trattenuto si divincolerà e cercherà di liberarsi, ma solo dopo un certo numero di secondi, lo lasceremo libero di riprendere il gioco.
Questa situazione, così simile a quella subita altre volte dalla madre non lo avvilirà ma servirà a ricordargli che l’uomo é in grado di dominarlo.
Nel momento in cui il cucciolo viene liberato dalla sua scomoda posizione sarà più energico di prima.

Nel mondo animale la guida del branco a cui ciascun componente del gruppo si auto-sottomette, conformandosi ad un atteggiamento innato lasciandosi guidare da capo branco (leader).
Il cane si sottomette sempre al leader anche se non sempre gli è facile. E’ perciò agevole comprendere quanto sia importante che riconosca nel suo educatore il suo leader: solo in tal caso l’educatore potrà compiere sul cane interventi efficaci, utili e corretti perché si sarà stabilita una via di comunicazione che consentirà al cane di recepire le indicazioni, di assumere i comportamenti che il conduttore desidera.

Non si deve, però, trascurare il fatto che il cucciolo è predisposto a socializzare ed a collaborare se riconoscerà nel suo educatore un compagno corretto e leale, come corretto e leale con il suo branco é un leader.
Questa reciproca “correttezza” si esplica anche nella coerenza e nella costanza del reciproco atteggiamento una volta definito il rapporto.

Non dobbiamo, altresì, dimenticare che le reazioni del cane sono sempre correlate e proporzionate al contesto concreto che sta vivendo. In questo senso il cane è sempre sincero e non capirebbe il mutare di atteggiamento e di comportamento da parte del suo educatore (cioè del suo compagno) nei suoi confronti, per cause delle quali il cane non é in grado di rendersi conto o che sono estranee al suo rapporto con l’uomo. Non comprenderebbe nervosismo, irritabilità, umore mutevole, improvvisi colpi d’ira nei suoi confronti. Questo il cane non lo potrà mai capire perché questo atteggiamento è tipico dell’uomo e non dell’animale. Nei confronti del suo educatore il cane sarà sempre del medesimo umore ed anche il suo compagno “educatore” dovrà esserlo per farsi comprendere con facilità. Il cane può mutare umore e comportamento solo se ammalato.

Il branco del cane

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Il senso della gerarchia é innato nel cane come in tutti gli animali che vivono in branco. Istintivamente – crescendo – il cane vorrà definire il suo ruolo nel branco e cercherà di diventare il leader. Questo istinto si rivelerà, un giorno, anche se cresciuto accanto all’uomo e se avrà la possibilità di imporsi, sarà lui la guida del suo gruppo (uomo-cane), non accetterà più di riconoscere al conduttore il suo ruolo di guida.

E’ necessario evitare che ciò accada, l’uomo deve saper precedere il manifestarsi di questo istinto, prevenire il cane nello stabilire tempi e modi di individuazione del leader. L’uomo dovrà fare in modo di non mettere mai in discussione il suo ruolo “guida” con interventi opportuni e non frustanti, fin da quando lo farà giocare da cucciolo.
Abbiamo sottolineato l’importanza che il cucciolo durante il gioco abbia la massima libertà di azione. Questa sua libertà dovrà essere interrotta di tanto in tanto immobilizzando a terra il cucciolo con la pancia all’aria tenendogli una mano sullo sterno. Il cucciolo sentendosi trattenuto si divincolerà e cercherà di liberarsi, ma solo dopo un certo numero di secondi, lo lasceremo libero di riprendere il gioco. Questa situazione, così simile a quella subita altre volte dalla madre non lo avvilirà ma servirà a ricordargli che l’uomo é in grado di dominarlo.

Nel momento in cui il cucciolo viene liberato dalla sua scomoda posizione sarà più energico di prima.
Nel mondo animale la guida del branco a cui ciascun componente del gruppo si auto-sottomette, conformandosi ad un atteggiamento innato lasciandosi guidare da capo branco (leader).
Il cane si sottomette sempre al leader anche se non sempre gli è facile. E’ perciò agevole comprendere quanto sia importante che riconosca nel suo educatore il suo leader: solo in tal caso l’educatore potrà compiere sul cane interventi efficaci, utili e corretti perché si sarà stabilita una via di comunicazione che consentirà al cane di recepire le indicazioni, di assumere i comportamenti che il conduttore desidera.

Non si deve, però, trascurare il fatto che il cucciolo è predisposto a socializzare ed a collaborare se riconoscerà nel suo educatore un compagno corretto e leale, come corretto e leale con il suo branco é un leader.
Questa reciproca “correttezza” si esplica anche nella coerenza e nella costanza del reciproco atteggiamento una volta definito il rapporto.

Non dobbiamo, altresì, dimenticare che le reazioni del cane sono sempre correlate e proporzionate al contesto concreto che sta vivendo. In questo senso il cane è sempre sincero e non capirebbe il mutare di atteggiamento e di comportamento da parte del suo educatore (cioè del suo compagno) nei suoi confronti, per cause delle quali il cane non é in grado di rendersi conto o che sono estranee al suo rapporto con l’uomo. Non comprenderebbe nervosismo, irritabilità, umore mutevole, improvvisi colpi d’ira nei suoi confronti. Questo il cane non lo potrà mai capire perché questo atteggiamento è tipico dell’uomo e non dell’animale. Nei confronti del suo educatore il cane sarà sempre del medesimo umore ed anche il suo compagno “educatore” dovrà esserlo per farsi comprendere con facilità. Il cane può mutare umore e comportamento solo se ammalato.

 

Conoscere cose nuove

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Possiamo dare al cane un altro aiuto rafforzando il nostro rapporto e aiutandolo nella formazione del suo carattere nel conoscere  cose nuove.

Se un cucciolo diffida di una cosa che non ha mai visto lo dobbiamo aiutare, ma ciò non significa forzarlo, altrimenti otterremo una reazione contraria a quella desiderata, sempre in funzione della sua memoria.

Un esempio: se portiamo il cucciolo a passeggio e un pezzo di giornale abbandonato in un prato lo insospettisce tanto da indurlo a non avvicinarsi, non lo dobbiamo forzare trascinandolo verso questo oggetto, dobbiamo, invece, fare in modo che si convinca ad avvicinarsi precedendolo fino all’oggetto “misterioso”. Se il cucciolo ha fiducia in noi ci seguirà senza alcun timore, se non lo farà andremo a raccogliere l’oggetto e glielo faremo vedere tenendolo in mano per poi posarlo a terra. Solo in questo modo riusciremo a dargli coraggio se si dovesse ripresentare questa eventualità.

Se un cucciolo portato a passeggio abbaia per andare da un altro cane, dobbiamo cercare di avvicinarci e non di allontanarci, ovviamente dopo aver chiesto al proprietario dell’altro soggetto se il suo cane è litigioso. Ci si avvicinerà con la massima sicurezza anche se il nostro cucciolo sembra intenzionato alla lotta.

Educare correttamente un cucciolo non è facile per nessuno, sono molte le cose che dobbiamo sapere, ma la prima è quella di cercare di capire il piccolo, entrare nel suo mondo, vivere con lui con lealtà e correttezza. Il cane non sa fingere e non ama chi, con atteggiamenti non corretti, lo induce a comportamenti che lui non accetta: questo è il modo migliore perché allontani il suo affetto nei nostri confronti.

Se sappiamo di avere poco tempo da dedicare al nostro piccolo allievo o che per un’intera giornata lo dobbiamo lasciare solo in casa, impossibilitati a somministrargli tre/quattro pasti al giorno, meglio acquistare un soggetto dell’età di sei/sette mesi.

Non si deve credere al luogo tanto comune quanto falso che un soggetto di un anno o due proveniente da un canile non si affezioni, dopo un solo giorno di convivenza vi darà tutto se stesso; potrebbero esistere in questi soggetti difficoltà di socializzazione con il mondo esterno, ma è da escludere che anche a questa età non sappia inserirsi con buoni rapporti.

Non dobbiamo nemmeno affidare il cucciolo a persone estranee per somministrargli i pasti; ciò è fortemente controproducente per una corretta socializzazione, con la conseguenza di far considerare il padrone come un estraneo.

Per un cucciolo un trattamento corretto e sincero da parte del suo educatore non è solo una cosa facile e di poco sacrificio, ma deve essere una solenne promessa che l’educatore (proprietario) fa a se stesso ed al suo picciolo compagno.

Addestramento e Educazione del cane

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PREMESSA:

L’ educazione deve essere progressiva ed impartita in un clima di grande calma ed affetto. Durante il primo periodo di educazione insegneremo al cane a conoscere il proprio nome e ad accorrere al nostro richiamo. E’ molto importante curare la socializzazione, non solo con altri individui ma con l’ambiente, il cucciolo deve poter fare esperienza in tutte le situazioni che potrà incontrare da adulto. Una volta terminato il ciclo vaccinale, portatelo con voi quando uscite di casa, in luoghi frequentati da persone e da altri cani. Fatelo giocare spesso con cani di taglia simile, poco aggressivi e socievoli e non permettetegli di essere aggressivo verso gli altri cani. Aumentate la sua attenzione verso di voi, e rinforzatelo quando ignora i cani che incontrate a passeggio. Cercate di canalizzare questo comportamento in attività gradite e controllabili, giocate con un nodo di stoffa, con un salamotto o una pallina o attiratelo a voi con dei bocconcini.

Rivolgetevi quanto prima ad un campo di addestramento dove poter portare il vostro cucciolo a socializzare, magari frequentando una puppy class: questo servirà molto anche a voi per capire ed essere pronti quando verrà il momento dell’addestramento vero e proprio.

ADDESTRAMENTO

Quando si parla di addestramento, viene in mente una scuola, un addestratore, rimane da stabilire cosa noi intendiamo per addestramento e cosa intendiamo per educazione. Il proprietario di un cane può educare il proprio soggetto senza ricorrere ad aiuti o ad interventi di altre persone, a meno che non desideri uno specifico addestramento a fini prettamente agonistici.

Avere un soggetto educato ed addestrato, non significa che il cane debba essere un campione di addestramento. Così come una persona può essere in possesso della sola licenza della scuola dell’obbligo o anche essere totalmente illetterata e, al contempo, ben educata…così anche un cane può risultare assolutamente ben educato senza aver ricevuto un elevato grado di addestramento. Senza porre in essere comportamenti scorretti od oppressivi, o comunque tali da costituire per il cane causa di traumi, saranno sufficienti pochi e semplici accorgimenti per avere un cane utile ed educato.

Nell’indole di tutti i cani – in quanto animali da branco – la tendenza ed il desiderio di apprendere e comprendere il comportamento degli altri componenti del proprio gruppo è assai spiccata, perchè è funzionale alla instaurazione ed al mantenimento di un corretto rapporto di convivenza. Questa stessa caratteristica è anche il mezzo che consente l’avvicinamento del cane all’uomo, che l’animale dovrà imparare a comprendere per vivergli accanto. Questa innata disponibilità sta alla base del processo di socializzazione e costituisce il presupposto irrinunciabile del lavoro di educazione ed anche del futuro addestramento che vorremo impartire al cane. Di tale disponibilità si deve fare buon uso, tenendo conto che in fase di apprendimento non vale la regola del silenzio-assenso ed il cane va per tentativi, abbisognando della conferma per distinguere e ripetere il comportamento desiderato.
Si verifica, invece, di frequente che venga dedicata poca attenzione ai comportamenti positivi o comunque questi sono sottolineati da confronti e rinforzi assai più blandi di quanto non lo siano i rimproveri a fronte di comportamenti indesiderati, perchè la maggior attenzione dell’educatore è rivolta a questi ultimi. In altre parole, si trascura di intervenire complimentando il cane e rafforzandolo nel suo atteggiamento, quando questo è gradito e desiderato; inoltre, dopo aver stigmatizzato un comportamento indesiderato, quasi mai si provvedere ad insegnare con metodi idonei il comportamento sostitutivo.

Seguire una tale impostazione implica il grave ed imperdonabile errore, secondo cui, il cane è in grado di distinguere “a priori” quali siano i comportamenti graditi e quelli sgraditi all’uomo: in questo modo si pretende di applicare al cane il metodo di apprendimento ed un livello di elaborazione proprio dell’uomo. L’impostazione dell’addestramento in funzione di un corretto comportamento del cane, vale per tutte le razze siano queste da compagnia, da difesa o da caccia.

Dobbiamo essere consapevoli che anche abbandonare un cane a se stesso, magari libero di crescere in un ampio giardino, credendo con ciò di renderlo felice, costituisce un modo – quantunque indiretto – di proporgli un modello di vita e di comportamento che sul cane ha lo stesso effetto dell’addestramento, in quanto, in questo caso, impara che è lui che può scegliere come comportarsi e che deve farlo senza l’aiuto di nessuno, con la ovvia conseguenza che il cane adotterà solo quei comportamenti che gli vengono suggeriti dal suo istinto.

Questo auto-addestramento non sempre porta ad ottenere quello che ci si attende dal cane ma in questo caso, non avendo avuto alcun aiuto, il cane non ne avrà nessuna colpa. Allora si decide di inviarlo presso una scuola, per fargli comprendere cosa deve fare e come si deve comportare. Questa scelta, tuttavia, non aiuterà il cane a crescere educato e capace di svolgere al meglio le proprie funzioni, come ad esempio la guardia alla proprietà. Il cane darà il meglio di sé, nel lavoro al quale sarà adibito, solo se questo costituirà la risposta naturale e conseguente a tutto il processo di educazione, formazione ed addestramento. Un processo che inizia sin dalla fase di socializzazione del cucciolo. L’addestramento più proficuo per il cane, inizia in sostanza, fino dal momento in cui il cucciolo entra a far parte della famiglia dell’uomo e prevede che gradualmente impari a conoscere le regole di quel gruppo ed a autodisciplinarsi all’occorrenza, per potervisi inserire.

Per il cane è addestramento quando gli neghiamo di fare una determinata cosa; lui comprende cosa fare (o meglio, nella fattispecie, cosa non fare!) al momento dell’intervento, ma perchè inserisca questo comportamento correttivo nella sua memoria, si deve riperterlo creando al cane analoghe situazioni con interventi relativi ed adeguati, facendogli comprendere che non deve fare quella certa e determinata cosa.

E’ addestramento, quando insegnamo o cerchiamo di fargli capire che non deve salire sulle poltrone o sui divani del salotto, ma anche questa situazione deve essere ricreata al cane più volte, perchè questi la comprenda e la esegua.
Addestramento è anche quando facciamo capire al cane che non può venire a letto con noi, il che si verifica puntualmente la prima notte che il piccolo trascorre in casa, in nostra compagnia; comportarsi brutalmente o in modo scorretto nei suoi confronti, per fargli capire che sul letto non si può salire, è sbagliato e crudele.

Dobbiamo sapere e tenere presente che la sua ultima notte l’ha trascorsa con i fratelli e con la madre, pertanto è abituato alla compagnia; ora, trovandosi solo, crede di poter trovare la sua tranquillità, rimanendo costantemente vicino ai suoi nuovi compagni. Questo suo comportamento deve essere, quindi, totalmente giustificato. Fargli capire che non può venire sul letto con noi, è un addestramento che riesce molto bene a tutti, perchè l’intervento avviene ogni qual volta il cane tenta di salire sul letto e “tentativo” ed “intervento” sono sempre contestuali.

Addestramento è, inoltre, quando gli facciamo capire che non deve mendicare a tavola durante il nostro pasto, così come è addestramento quando riusciamo a fargli comprendere che durante la notte non deve abbaiare se non in caso di necessità; è parimenti addestramento abituare il cane a rispettare gli ospiti, evitando di metter loro le zampe addosso.

E’ purtroppo addestramento quando siamo di cattivo umore e lo allontaniamo con un calcio ed è addestramento quando lo prendiamo in braccio o ci sediamo sulla poltrona, tenendolo in grembo.

Come possiamo vedere, tutte le nostre azioni negative o positive, sono per il cane momenti di apprendimento e quindi, di addestramento; a volte trascuriamo di porre attenzione ad alcuni nostri comportamenti che il cane invece assimila senza che ce ne accorgiamo. Dobbiamo, invece, costantemente essere consapevoli che il cane tende a ricordare tutto ciò che avviene in sua presenza; questo ci consentirà di non farci fraintendere da lui e di evitare molti errori nel nostro comportamento e di conseguenza nel suo apprendimento. Così facendo gli faremo comprendere, in tempi brevi, cosa può o non può fare e , se verrà confortato, egli imparerà presto a dare le risposte che noi desideriamo. In caso contrario sarà lui a scegliere cosa potrà o non potrà fare, seguendo le regole che avrebbero governato la sua vita se il suo branco fossero rimasti i suoi fratelli e non la famiglia dell’uomo con il quale vive.

A volte per farsi obbedire si usano metodi e sistemi che umiliano il cane. Si realizza, cioè, una forma di imposizione che non può essere chiamata addestramento od educazione, anche se il cane (umiliato o peggio, sottomesso) è costretto ad obbedire.

Se un soggetto sarà trattato con la forza, si rifiuterà all’occorrenza di accettare il nostro aiuto per l’insegnamento; ogni nostro intervento, anche se non repressivo, sarà rifiutato dal cane. Non esiste molta differenza fra educare un bambino od un cane; in particolare se con quest’ultimo si inizia dall’età di due o tre mesi.  Se è certo che si deve circondare di un alone di affetto e molta pazienza un bambino per insegnargli le cose che deve fare e, per fargli comprendere che altre non si possono o non si devono fare, non si vede perchè, al cucciolo, non si debba riservare il medesimo trattamento per facilitargli l’apprendimento.

Il comportamento dell’uomo nella fase di educazione del cucciolo, in particolare nel primo periodo della sua vita, dovrà rispettare le stesse regole qualsiasi sia la razza ed il futuro utilizzo del cane. Le metodologie saranno differenziate solo nell’addestramento specifico del soggetto, quando, cioè, l’insegnamento sarà orientato al lavoro che il cane dovrà svolgere.

Taluni sostengono che ogni azione del cane è determinata dal solo istinto, altri invece attribuiscono al cane una intelligenza analoga o molto vicina a quella dell’uomo. L’intelligenza del cane – comunque – è certamente idonea a consentirgli di memorizzare le esperienze passate ed elaborare le informazioni e conoscenze acquisite, al fine di risolvere e superare difficoltà che lo ostacolano nel perseguire un obiettivo.

Nel gergo quotidiano, si usa qualificare come istintitve tutte quelle azioni che si compiono involontariamente, ovvero che costituiscono la reazione ad uno stimolo, ma non sono determinate da un atto volontario e cosciente, frutto e conseguenza di una ragionamento. In questo senso, tutti gli esseri viventi, uomo compreso, compiono azioni istintive e talora l’impulso determinato dall'”istinto” è così repentino od intenso, da non poter essere contenuto o represso, neppure da un atto di volontà determinato dal ragionamento. Per contro, si vuole attribuire all’intelligenza, ogni azione che sia frutto di un ragionamento e – soprattutto – utile e finalizzata ad uno scopo determinato e coscientemente perseguito. L’intelligenza, inoltre, viene riferita ad un comportamento “composito”, nel quale l’obiettivo perseguito non è la conseguenza diretta di una singola azione. bensì il risultato di una somma di azioni tra di se collegata – anche temporaneamente- in modo definitivo e preordinato.

In questa prospettiva, è un errore ritenere che il comportamento degli animali sia determinato esclusivamente dall’istinto. Molte loro azioni, infatti, per essere portate a compimento, non possono che essere guidate ed ispirate da una sorta di ragionamento e quindi da una forma di intelligenza. Questo si può riscontrare, non solo osservando il comportamento e le azioni del cane, ma anche quelle di molti altri animali.

Non dobbiamo dimenticare tuttavia, che gli animali hanno un’immagine del mondo diversa da quella dell’uomo e che, per ciascuna specie, è possibile definire ed individuare comportamenti tipici. In ciascuna differente specie si può osservare infatti, che uno dei sensi prevale sugli altri e ciò ne condiziona il comportamento ed il modo di comprendere il mondo circostante, tanto che le diverse specie animali sono state classificate anche con riguardo a queste attitudini, e sono state così suddivise:

• di fiuto
• di vista
• di udito

a seconda di quale sia il senso maggiormente usato e sviluppato. Ciò non significa che l’animale non utilizzi gli altri sensi: questi hanno piuttosto una funzione ausiliaria, fondamentale ed indispensabile a confermare le informazioni fornitegli dal senso principale. In questa classificazione il cane è compreso tra gli animali di fiuto perchè per lui l’olfatto è il senso dominante su tutti gli altri.

Il gatto invece è animale” di vista “, perchè il suo comportamento è, in via principale, collegato alle sue percezioni visive.
Il rapace notturno è un animale di “udito”, è infatti questo senso sviluppatissimo e dominante, che gli consente di percepire, localizzare e catturare nel buio della notte, un piccolo topo, afferrandolo non appena esce dalla sua tana.

Tra gli animali “di fiuto”, oltre al cane, sono classificati alcuni animali che appartengono agli “erbivori fuggenti” quali il cervo, il capriolo,etc. Quando questi animali, infatti, percepiscono un rumore improvviso, segnale di un potenziale pericolo, la loro prima reazione protettiva è la fuga. Questa azione è certamente istintiva; raggiunta la distanza di sicurezza dal pericolo, però, il loro problema non sembra risolto come dovrebbe. La loro azione, infatti, non termina; essi adottano ulteriori cautele e per cercare di comprendere la causa di quel rumore (indizio di pericolo) prendono vento e girano attorno all’ostacolo fino a che, individuata la fonte, non riescono ad identificarla attraverso il fiuto. Quest’ultimo comportamento non sembra poter essere definito puramente istintivo ed appare, piuttosto, suggerito da un ragionamento e da una forma di intelligenza.

Un cane abituato a vivere randagiamente in una città, sceglie sempre percorsi sicuri e, quantomeno, il meno pericolosi possibile; per esempio non si soffermerà mai a mendicare di fronte ad una porta di un negozio da dove – anche se solo una volta – sia stato cacciato in malo modo; adotterà anzi tutte le cautele che la situazione gli consente, per passare il più velocemente ed il più lontano possibile da quella porta. Il nostro randagio poi, per passare da un marciapiede ad un altro di una strada molto frequentata da auto, prima di iniziare l’attraversamento osserva che non stiano sopraggiungendo macchine, oppure sceglie di accodarsi alle persone che in quel momento stanno attraversando; nell’attraversamento avrà un’andatura particolarmente rapida, per poi riprendere il suo lento girovagare. Questi comportamenti sono certamente conseguenza di esperienze negative e non è lecito escludere che siano suggerite dal ragionamento e cioè da una forma di intelligenza.

Se vogliamo ben riuscire nell’addestramento non dobbiamo, comunque, contare molto o far leva sull’intelligenza del cane, perchè è una caratteristica certamente secondaria a tutte le sue altre doti anche se , come già detto prima,  il cane ha una sua intelligenza, ai fini dell’addestramento sarebbe sbagliato basarsi su questa o considerarla la dote principale.

Paragonare l’intelligenza del cane a quella umana, o pretendere di utilizzarla allo stesso modo, sarebbe – oltre che sbagliato – anche profondamente ingiusto, sia per l’uomo che per il cane, perchè significherebbe collocare quest’ultimo in uno specifico fisio-psicologico sociologico e relazionale non appartenente alla sua specie, dimenticando i processi evolutivi, biologici, genetici ed ambientali che tale specifico hanno determinato. Interpretare il comportamento e la psiche del cane con parametri di tipo umano, o , come si dice un po’ pomposamente, “antropomorfizzare” il cane, oltre ad essere un grave errore tecnico, è anche un pessimo servizio che facciamo al nostro amico, perchè rischiamo di fargli giocare una partita con regole psico-biologiche e comportamentali che non gli appartengono. Non è lecito e neppure legittimo, pretendere che un essere non umano, nella fattispecie il cane, intenda, apprenda, elabori informazioni e le comunichi secondo standard propri dell’uomo, determinati da processi evolutivi differenti.

Al nostro scopo serve solo tenere presente che una grande diversità divide l’uomo dal cane, quanto ad intelligenza, e ciò lo possiamo constatare in ogni momento, nelle infinite azioni e nei molteplici comportamenti durante le sedute di addestramento. Il conduttore/educatore, pertanto, se vorrà avere la certezza di farsi comprendere, dovrà “accordare” i propri standard intellettivi e comunicativi con quelli del proprio allievo.

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