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Tag Archive | "educazione"

Traumi da evitare

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Il senso della gerarchia é innato nel cane come in tutti gli animali che vivono in branco. Istintivamente – crescendo – il cane vorrà definire il suo ruolo nel branco e cercherà di diventare il leader. Questo istinto si rivelerà, un giorno, anche se cresciuto accanto all’uomo e se avrà la possibilità di imporsi, sarà lui la guida del suo gruppo (uomo-cane), non accetterà più di riconoscere al conduttore il suo ruolo di guida.

E’ necessario evitare che ciò accada, l’uomo deve saper precedere il manifestarsi di questo istinto, prevenire il cane nello stabilire tempi e modi di individuazione del leader. L’uomo dovrà fare in modo di non mettere mai in discussione il suo ruolo “guida” con interventi opportuni e non frustanti, fin da quando lo farà giocare da cucciolo.
Abbiamo sottolineato l’importanza che il cucciolo durante il gioco abbia la massima libertà di azione. Questa sua libertà dovrà essere interrotta di tanto in tanto immobilizzando a terra il cucciolo con la pancia all’aria tenendogli una mano sullo sterno. Il cucciolo sentendosi trattenuto si divincolerà e cercherà di liberarsi, ma solo dopo un certo numero di secondi, lo lasceremo libero di riprendere il gioco.
Questa situazione, così simile a quella subita altre volte dalla madre non lo avvilirà ma servirà a ricordargli che l’uomo é in grado di dominarlo.
Nel momento in cui il cucciolo viene liberato dalla sua scomoda posizione sarà più energico di prima.

Nel mondo animale la guida del branco a cui ciascun componente del gruppo si auto-sottomette, conformandosi ad un atteggiamento innato lasciandosi guidare da capo branco (leader).
Il cane si sottomette sempre al leader anche se non sempre gli è facile. E’ perciò agevole comprendere quanto sia importante che riconosca nel suo educatore il suo leader: solo in tal caso l’educatore potrà compiere sul cane interventi efficaci, utili e corretti perché si sarà stabilita una via di comunicazione che consentirà al cane di recepire le indicazioni, di assumere i comportamenti che il conduttore desidera.

Non si deve, però, trascurare il fatto che il cucciolo è predisposto a socializzare ed a collaborare se riconoscerà nel suo educatore un compagno corretto e leale, come corretto e leale con il suo branco é un leader.
Questa reciproca “correttezza” si esplica anche nella coerenza e nella costanza del reciproco atteggiamento una volta definito il rapporto.

Non dobbiamo, altresì, dimenticare che le reazioni del cane sono sempre correlate e proporzionate al contesto concreto che sta vivendo. In questo senso il cane è sempre sincero e non capirebbe il mutare di atteggiamento e di comportamento da parte del suo educatore (cioè del suo compagno) nei suoi confronti, per cause delle quali il cane non é in grado di rendersi conto o che sono estranee al suo rapporto con l’uomo. Non comprenderebbe nervosismo, irritabilità, umore mutevole, improvvisi colpi d’ira nei suoi confronti. Questo il cane non lo potrà mai capire perché questo atteggiamento è tipico dell’uomo e non dell’animale. Nei confronti del suo educatore il cane sarà sempre del medesimo umore ed anche il suo compagno “educatore” dovrà esserlo per farsi comprendere con facilità. Il cane può mutare umore e comportamento solo se ammalato.

Gioco con le due palline

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Il gioco con le due palline è quello più usato per insegnare al nostro cucciolo (ma anche all’adulto) alcuni comandi base importanti.

Di cosa abbiamo bisogno: due palline IDENTICHE

COME INIZIARE:

  • fare in modo che il cane focalizzi l’attenzione sulla prima pallina, ad esempio facendola rimbalzare con la mano, successivamente agitare la mano come per lanciarla, finché il cane è pronto a inseguirla

primo movimento:

  • pronunciare un comando (es. “VAI!”)
  • lanciare la pallina a una distanza media, non troppo avanti, 15 metri indicativamente

primo rinforzo:

  • appena il cane sta abboccando la pallina, rinforzarlo (es. “BRAVOOOO!”)
  • il rinforzo automatico è costituito dal fatto che il cane abbocca la pallina desiderata

secondo movimento:

  • chiamare il cane con il suo nome
  • appena si volta a guardarci, attirare la sua attenzione facendo rimbalzare la seconda pallina
  • dare il comando per il richiamo (es. “TORNA!” o “VIENI!”) mimando di porgergliela

terzo movimento:

  • appena il cane arriva da noi con la pallina in bocca, dare il comando “LASCIA!” e far rimbalzare la seconda pallina

secondo rinforzo:

  • appena il cane lascia la prima pallina, rinforzare con un “BRAVOOO!”
  • istantaneamente, dare il comando “VAI!” e lanciare la seconda a una distanza media (es. 15 metri)
    (QUINDI STIAMO RICOMINCIANDO COME SOPRA)

quarto movimento:

  • mentre il cane sta andando a recuperare la seconda pallina, raccogliamo da terra la prima pallina che ha lasciato

ELEMENTI DECISIVI:

  • il tempismo con cui si esegue ogni movimento
  • il timbro di voce con cui si danno i comandi: NEUTRO
    e con cui si danno i rinforzi: CHIARO (DOLCE)
  • se il cane non esegue correttamente, correggerlo con un “NO!” di timbro SCURO (ASPRO)

Il caso frequente, ad esempio, è che il cane lasci cadere la prima pallina quando lo richiamiamo a noi con la seconda pallina (secondo movimento) in tal caso, immediatamente dopo aver detto “NO!” andiamo con passi decisi a raccogliere la pallina e torniamo al posto di lancio (il cane dovrebbe seguirci).

vVolendo innestare complicazioni successive in questo gioco, oltre all’invio, al richiamo e al riporto, possiamo inserire altri comandi come:  SEDUTO, TERRA, etc.

Socializzazione

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Nel periodo che va dal ventesimo al cinquantesimo giorno di vita del cucciolo il comportamento dell’uomo é determinante ai fini di una buona socializzazione. Se durante questo periodo viene a mancare il contatto con l’uomo il cane avrà difficoltà ad identificarlo come un proprio simile e, quindi, a socializzare con lui in modo corretto.

Questa circostanza é stata verificata e confermata da osservazioni condotte su cani di più razze. E’ stato constatato che i soggetti che tra il ventesimo ed il cinquantesimo giorno hanno avuto contatti solo con i propri simili e non con l’uomo si sono rivelati, crescendo, soggetti poco socievoli, riservati, diffidenti e, di conseguenza, difficili da addestrare. Il contrario, cioè, di quanto avviene quando il soggetto, da cucciolo, ha avuto la possibilità di prendere tempestiva conoscenza dell’odore e del calore dell’essere umano e di riconoscere in lui un suo simile.

La socievolezza di un cane é strettamente condizionata, quindi, dalla esperienza del cucciolo nel terzo mese di vita; se durante questo periodo venisse a mancare il contatto con l’uomo il cane rimarrebbe per sempre poco socievole nei suoi confronti e molto difficilmente potrà instaurare con lui quel corretto rapporto che é premessa indispensabile per ottenere risultati positivi nell’addestramento.

Vediamo ora come occupa il suo tempo un cucciolo durante la crescita e quale tipo di rapporto cerca con il suo compagno di gruppo, l’uomo, che considera un suo simile. In tutte le sue espressioni di gioco il cucciolo ha bisogno di una costante prova di fiducia da parte del suo compagno: se saremo in grado di dimostrargliela e confermargliela tutto procederà bene sia nella formazione del carattere sia per l’instaurazione di un giusto e corretto rapporto. Il cane non tradirà mai il branco, composto da lui e dal suo educatore con il quale collaborerà in buona armonia, come un suo pari razza.

Se viene picchiato il cane perde la fiducia nel suo conduttore. Quando un cane viene picchiato alle percosse si uniscono normalmente imprecazioni o comunque espressioni vocali irritate o alterate, ma non sono le imprecazioni che il cane ricorda e collega con l’azione , bensì il tono alterato della voce unito al dolore. Più ancora del dolore quello che il cane difficilmente dimenticherà é il gesto minaccioso del conduttore. Quel gesto genera una “umiliazione” che può anche deviare un carattere in formazione. Per questo porre in essere atteggiamenti come quelli ora descritti, che opprimono un soggetto nel momento più delicato della sua vita, quello della sua formazione, non é certo il comportamento del cinofilo che si definisce tale.

Teniamo ben presente che quando il cane viene picchiato il danno maggiore si crea non con il dolore, ma con il gesto che lo precede. Non dobbiamo dimenticare che il cane ha una memoria molto sviluppata: troppo spesso però trascuriamo questo fattore importante ai fini dell’addestramento e dell’educazione del nostro allievo.

Quando sgridiamo o picchiamo un cane per qualche cosa che non doveva fare, quasi sempre l’intervento è preceduto da un richiamo a voce in cui viene pronunciato il “NO” che per noi significa dire al cane di desistere dal fare una cosa.

Immaginiamo una famiglia composta da più bambini: (abbiamo detto che il cane ha buona memoria) quante volte nell’arco della giornata la mamma richiama i propri figli con la parola “NO!”? Pensate al cane che come animale di gruppo partecipa e ascolta tutto ciò che diciamo, senza conoscere il significato delle parole, ma ce nè una che non può dimenticare: quel “NO!” che ha preceduto un calcio o una frustata. Quando il cane sente questa parola, anche se non è rivolta a lui, si va automaticamente a nascondere cercando protezione, ma dovrà autoproteggersi, perché in quel momento nessuno lo aiuta e ciò costituisce una continua frustrazione della quale spesso non ci accorgiamo o alla quale non diamo importanza, ma che interviene come strumento di oppressione nel processo di formazione del suo carattere .

Sappiamo che il piccolo è costantemente alla ricerca di oggetti molli da poter mordere, rompere, strappare, perché è un predatore, allora non lo dobbiamo lasciare solo con oggetti che potrebbe rompere o danneggiare, perché se ciò avverrà la colpa sarà solo nostra.

Se un bambino lo si lascia giocare con un coltello e si ferisce, la colpa non deve essere data al bambino, ma a chi gli ha permesso di giocare con il coltello. Allora qual’è la differenza? Non esiste nessun motivo per cui un cucciolo debba essere rimproverato quando di sua iniziativa gioca con ciò che trova alla sua portata , mentre quando lo fa un bambino si cerca con modi e metodi più garbati di fargli comprendere che non lo deve fare perché potrebbe essere pericoloso; con questo contradittorio comportamento si vuol forse dimostrare che il cucciolo ha  l’intelligenza più sviluppata del bambino attribuendogli la capacità di capire tutto da solo mentre al bambino no? Tutto questo nell’uno e nell’altro caso non é corretto. Il cucciolo in questo deve e vuole essere guidato dal suo compagno di branco.

Evitiamo, allora, di mettere il cucciolo nelle condizioni di creare danni a cose, magari di valore e tutto si risolverà, anche perché precedentemente abbiamo detto che il cucciolo deve essere assecondato nelle sue azioni predatorie; il cucciolo non può giocare solo quando noi siamo disponibili a farlo, questo lo potremo ottenere quando sarà adulto e ben addestrato.

Troppo spesso ci sentiamo dire: “il mio cucciolo é dotato di una intelligenza eccezionale: se ne ha combinata una delle sue quando io rientro a casa la sera lui si va a nascondere”. Questo pseudo-conoscitore ed educatore del proprio cane, invece di attribuirgli eccelsa intelligenza, dovrebbe esprimersi in questo modo: ” possiedo un cucciolo che dimostra di essere più intelligente di me: la mia ignoranza una volta mi ha portato a punirlo rientrando a casa perché mi sono accorto che aveva rotto una pantofola; ora quando rientro anziché farmi le feste si va a nascondere”.

Il nome del cane

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Nel mondo degli uomini il possesso e l’attribuzione del nome hanno una grande importanza, perché costituiscono elementi fondamentali di distinzione della identità di ciascun individuo.

Il Cane, non solo ignora tutto ciò, ma usa tutt’altri strumenti e codici di identificazione e distinzione di ciascun individuo dall’altro. Per il cane il nome – anche il proprio – è e resta semplicemente un suono che l’uomo potrà insegnargli a collegare con una azione o con un elemento del mondo che lo circonda, senza potergli insegnare quale sia il significato del nome e del suo uso nel mondo degli umani.

Il cane vivendo accanto all’uomo sarà in grado di imparare il proprio nome nel senso che imparerà a collegare con se stesso il suono corrispondente al suo nome. In questo caso, se il conduttore lo vorrà, potrà aiutare il cane a collegare questo suono anche con l’azione all’esercizio del richiamo, evitando un comando sostitutivo per questo esercizio.

Se decidiamo di utilizzare il nome del cane come un comando, gli attribuiremo necessariamente il significato di “richiamo” e, quindi, il nome diverrà uno dei principali comandi perché sarà utilizzato nei numerosi esercizi che prevedono che il cane ritorni dal conduttore.

Come tutti i comandi, pertanto, non dovrà essere pronunciato senza ragione o impartito senza riferimento alla sua specifica funzione.

Il nome deve essere, non solo per il cane, ma anche per l’educatore un comando guida per la sua educazione e in futuro, per l’addestramento. Quando il nome del cane viene pronunciato, ciò assume il significato di richiamo e il cane deve accorrere dal suo compagno. Perché il cane recepisca il proprio nome come richiamo e come comando, questo non deve venire usato indiscriminatamente e cioé non solo non se ne dovrà abusare, ma si farà particolare attenzione a pronunciarlo solo quando il cane sia in condizioni di eseguire il comando-richiamo . Ad esempio accarezzare il cane che é vicino a noi e pronunciare il suo nome non é corretto e non ha significato perché lui é già vicino a noi.

In altre parole, se il suo nome per il cane deve assumere il valore di un comando, si dovrà porre attenzione a non mettere mai il soggetto che intendiamo educare, in condizione di non averne chiaro il significato oppure di confonderlo con gli altri comandi che riceverà in seguito nel corso dell’addestramento; di qui l’importanza di un uso proprio e corretto del comando-nome che, quando viene pronunciato, non dovrà mai dimostrarsi a lui sgradito.

Chiamare il cane per nome perché venga da noi e poi punirlo é un errore di addestramento: la punizione viene collegata con il nome e questo diventa per il cane un suono di voce non gradito.

Se si é adottata la soluzione di identificare il nome del cane con l’esercizio del richiamo, si dovrà fare molta attenzione ad usarlo principalmente anche durante l’addestramento. Un uso istintivo improprio quale, ad esempio, far precedere dal nome del cane un comando da eseguire a distanza, disturba doppiamente il lavoro sul cane perché interferisce su quanto il cane ha già appreso creandogli il problema di dare esecuzione a comandi diversi e contraddittori tra loro.

Sentendo il suo nome il cane capirà che deve andare verso il conduttore, ma al contempo l’altro comando impartitogli gli suggerirà un comportamento in conflitto e così il cane non saprà più come comportarsi.

Per questo come già suggerito per il guinzaglio, usiamo il nome del cane solo per necessità e per far comprendere al cane fin da cucciolo che quando si pronuncia il suo nome deve accorrere perché lo attende qualche cosa di gradevole.

Mai fare uso del nome quando il cane deve essere richiamato per qualche cosa che non avrebbe dovuto fare ed inoltre, in particolare con un cane giovane, mai impartire il rimprovero alterando la voce. Alterare la voce non aiuta il cane a comprendere meglio, ma ottiene di infastidirlo per il tono minaccioso derivante dalla nostra irritabilità, dal nostro nervosismo e della nostra ira della quale egli non comprende e non comprenderà il motivo. Questo comportamento del conduttore é particolarmente controproducente nei confronti del cucciolo o del cane giovane e se ne vedranno le conseguenze al momento di addestrare il soggetto divenuto adulto.

Se un cane viene maltrattato dal proprio educatore e tale azione – che come si é detto determina di per se’ perdita di fiducia verso l’educatore – viene accompagnata da grida, gesti di nervosismo e così via, il cane memorizzerà questa situazione sgradevole ed il suo comportamento futuro ne risulterà condizionato. Supponiamo, ad esempio, che un giorno questo irascibile educatore abbia bisogno di essere difeso dal proprio cane dopo un eventuale alterco con un’altra persona; non é affatto da escludere che le voci concitate e alterate facciano sì che il cane, anziché difenderlo si allontani da lui per timore, ricordandosi dei precedenti spiacevoli occorsigli con il suo educatore.

In questo caso il cane non si allontanerà per codardia, cosa – invece – di cui sarà probabilmente accusato il povero cane dal proprio conduttore, tanto irascibile quanto incapace di rendersi conto di quale sia stato l’evento che ha determinato il comportamento del suo cane: non l’aggressione dell’estraneo, ma l’alterazione del proprio conduttore.

Tutte queste cose devono essere tenute costantemente presenti durante la crescita di un cucciolo qualunque sia la razza o l’uso al quale, da adulto, vogliamo adibirlo.

Il guinzaglio

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Il guinzaglio é il mezzo di cui l’uomo si serve per portare a passeggio il cane, per addestrarlo e per educarlo, ma molto spesso, purtroppo, anche per punirlo. Tutto ciò é assolutamente negativo perché il guinzaglio non deve mai essere riconosciuto dal cane come un mezzo di coercizione.  Molti invece, commettono questo errore e ciò non ha affatto una importanza relativa perché con il passare del tempo preclude l’instaurarsi di un corretto rapporto fra educatore e cane.

Nel cucciolo, come nell’adulto la punizione inflitta con il guinzaglio determina un trauma cui consegue un comportamento di sottomissione nei confronti dell’uomo nei cui confronti il cucciolo perde la fiducia. In precedenza abbiamo detto che una buona socializzazione rafforza un carattere, il trauma del guinzaglio, se il cane lo riconosce come un mezzo di coercizione precluderà quel giusto rapporto che stiamo cercando di instaurare con il nostro piccolo compagno.

Quando questo si verifica in un cucciolo il danno sarà maggiore che in un soggetto adulto; nel soggetto adulto in parte si può rimediare, ma nel cucciolo tutto diventa più difficile.

Il guinzaglio dovrà essere uno strumento che il cane riconosce come un oggetto piacevole.

Sono poche le cose che un educatore deve osservare per ottenere che il proprio cane riconosca nel guinzaglio uno strumento che gli da piacere e gioia; questo il cucciolo lo dimostra quando lo accetta di buon grado nel momento in cui ci accingiamo a portarlo a passeggio, quando viene liberato dal suo recinto per trascorrere qualche momento di gioco con lui. Evitare dunque qualunque forma coercitiva nei confronti del cucciolo o del cane adulto usando il guinzaglio; la sola minaccia con questo mezzo potrebbe causare danni gravissimi sulla psiche, anche se non viene picchiato.

Si é detto di non sottovalutare mai che il cane é dotato di una ferrea memoria; di questa memoria l’educatore può e deve farne buon uso. Quando un cucciolo entra a far parte di una nuova famiglia, con l’aiuto del suo educatore deve impiegare la sua forte memoria per costruire un codice di apprendimento e comunicazione. Un buon educatore dovrà porre attenzione a non consentire che il cucciolo memorizzi situazioni indesiderate, ma sfrutterà la dote naturale dell’animale per sottopogli e fargli memorizzare situazioni gradite ed utili ai fini della sua educazione.

Se usiamo il guinzaglio tutte le volte che portiamo a passeggio il nostro cucciolo, o comunque fuori di casa o del suo recinto, oppure l’uso di questo strumento avviene già nella fase educativa quando il piccolo viene accompagnato all’esterno per soddisfare i propri bisogni fisiologici, e se abbiamo cura di riporre il guinzaglio sempre nello stesso posto (se in un cassetto sempre in quello, se appeso ad un chiodo, il chiodo sia sempre lo stesso), allora il cane molto in fretta assocerà l’uso del guinzaglio al soddisfacimento dei propri bisogni fisiologici, al piacere della passeggiata e del gioco.

La sua memoria lo aiuterà a ricordare dove questo strumento viene riposto dal suo educatore e, con il passare del tempo, il cane in caso di necessità ci farà capire, dirigendosi verso il guinzaglio, che ha impellente bisogno di uscire. Questo, che sembra un gioco, é una corretta forma di educazione che, senza alcuna fatica, eserciteremo nei suoi confronti.

Tutto ciò dovrà essere fatto dopo che il cucciolo abbia familiarizzato ed accettato di buon grado il guinzaglio; una volta in casa faremo in modo che il cane veda dove il guinzaglio viene riposto, così come faremo quando il cane deve uscire per essere accompagnato per la passeggiata. Saranno sufficienti poche volte perché il cane, in caso di un bisogno straordinario rispetto alle sue abitudini, ci faccia capire che vuole uscire e tutto questo lo imparerà senza ricorrere a particolari insegnamenti.

Questo servirà anche a fare in modo che il cane non dimostri agitazione quando decideremo di uscire lasciandolo solo, in casa, perché solo il guinzaglio sarà per lui il preavviso che potrà usciere con noi.

Il guinzaglio per lui dovrà sempre essere il mezzo che gli ricordi piacere e gradimento.

 

Il gioco

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Oltre ad essere una esercitazione che favorisce lo sviluppo ed il mantenimento della destrezza fisica, il gioco è il mezzo attraverso il quale l’animale acquista padronanza, e coscienza di sé e dell’ambiente che lo circonda.  Il gioco così, interferisce nella formazione del carattere e costituisce un veicolo di apprendimento rapido e gratificante, tanto nel cucciolo che nell’adulto. Per questo motivo, come vedremo, il gioco è uno strumento essenziale per il corretto e proficuo apprendimento di tutti gli esercizi.

L’atto del giocare può derivare da una iniziativa spontanea dell’animale, ma può anche essere indotto dal comportamento del conduttore; in quest’ultimo caso quando lo stimolo cessa anche l’azione dell’animale ha termine.
Quando invece il gioco corrisponde ad una iniziativa e ad una scelta del cane l’intervento e lo stimolo del conduttore determinano un rinforzo alla sua azione.

Reprimere il gioco spontaneo del cane, significa ostacolare le sue potenzialità indebolendone il carattere. Se un soggetto ha geneticamente un carattere debole, reprimere il gioco significa addirittura precludegli lo sviluppo delle doti minime indispensabili per ottenere una risposta accettabile nell’addestramento; dal fatto che il cane manifesti o meno istintiva attitudine al gioco devono, perciò, essere tratte indicazioni utili per il carattere.

Di questi due opposti comportamenti, il primo infatti deve essere considerato ideale, mentre il secondo é indice di un carattere debole e di scarsa personalità.
Tale valutazione non cambia ove il cane assuma meccanicamente atteggiamenti giocosi: nel caso, cioè, di soggetti che sollecitati dal conduttore si mettono a “giocherellare” per compiacerlo, manifestando disinvoltura solo se si trovano in luoghi a loro familiari ed esprimendo sempre un interesse relativo.
Non si deve dimenticare che ai fini dell’apprendimento un comportamento meccanico, anche se ripetuto spesso, serve a ben poco ed é posto in essere quando al soggetto manca volontà di esprimersi, interesse ed attenzione per ciò che sta facendo.

Solo attuando un comportamento spontaneo il cane dimostrerà fermezza nelle sue azioni e i suoi tempi di reazione saranno rapidi ; inoltre dimostrerà sicurezza e destrezza nei movimenti, una possessività accentuata e la massima attenzione in ciò che sta facendo.
Per il conduttore é dunque questa la situazione ideale per ottenere dal suo allievo un buon apprendimento.

Nell’impiego del cane a fini agonistici molti conduttori preferiscono che il soggetto non si dimostri impetuoso nell’esprimersi e accettano il gioco solo se sono loro a sollecitarlo. Questa é una impostazione che si verifica di frequente, ma é errata, perché implica un lavoro di contenimento e di repressione nell’animale che potrebbe successivamente manifestarsi in indesiderabili atteggiamenti di sottomissione durante l’esecuzione degli esercizi.

Il cucciolo è un animale che diventa adulto rapidamente motivo per cui, per poterlo comprendere, le attenzioni dell’uomo in questo periodo della sua vita devono essere almeno pari a quelle che l’animale rivolge a lui.
Ci si chiederà il motivo per cui ci siamo soffermati su questi particolari; se determinati fattori non sono recepiti dal conduttore, o non gli sono sufficientemente chiari, non è possibile dare una impostazione corretta agli esercizi di obbedienza.

 

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