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Leishmania – La profilassi

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Ci sono voluti vent’anni di lavoro di ricerca, di test sul campo, di collaborazioni con allevatori e proprietari di cani e il coinvolgimento di moltissimi ricercatori per arrivare a sviluppare finalmente un presidio credibile per la profilassi preventiva nei confronti della Leishmania.

Il parassita (L. infantum), scoperto 110 anni fa da William Leishman e Charles Donovan è trasmesso da un flebotomo diffuso in tutto il bacino mediterraneo, esso sembra determinare maggiori problemi in alcune razze di cani e tra queste il Pastore Tedesco sebbene una vera predilezione non sia chiara. Una volta inoculato il parassita colpisce i macrofagi (cellule del sistema immunitario) l’organismo risponde attraverso questo stesso sistema difensivo nel tentativo di controllare l’infezione e ciò permette di identificare i soggetti sieropositivi non necessariamente malati. In effetti la percentuale di coloro che poi sviluppano la forma clinica sono una minoranza e la gravità con cui potrà evolvere l’infezione dipende anche dalla forza con cui il cane riesce a rispondere con il suo sistema immunitario all’attacco del parassita. La diagnosi di “malattia”, “infezione” o “soggetto esposto” è in realtà abbastanza complessa e per ognuna di queste condizioni esistono protocolli terapeutici o di monitoraggio specifici.

I sieropositivi, che non sviluppano la malattia rappresentano un serbatoio straordinario di diffusione dell’’infezione e solo i più fortunati, pochissimi in realtà, riescono a liberarsi completamente dal parassita.

Oltre alla predilezione probabile per alcune razze i picchi di prevalenza dell’infezione seguono un’ andamento collegato all’età: 2-3 anni e poi 7-8 anni.

Le forme cliniche sono molto varie e comprendono sia manifestazioni cutanee che viscerali. Si va dalle lesioni oculari alle glomerulonefriti con insufficienza renale alla poliartrite con zoppia e molto altro purtroppo.

La prevenzione fino ad oggi si è basata sull’utilizzo di sostanze repellenti capaci di impedire al flebotomo di attaccare il cane trasmettendo l’infezione. Il livello di protezione ottenuto non è del 100% ma permette di ridurre il rischio in modo consistente.

Lo stesso ragionamento vale per il vaccino che, commercializzato già da un po’ di tempo in Spagna, Grecia e Portogallo, riduce il rischio di sviluppare la malattia di 4 volte. E’ un vaccino piuttosto sicuro e gli unici effetti collaterali registrati in pochi casi dopo la sua somministrazione sono rappresentati dalla possibile formazione di un rigonfiamento di alcuni centimetri nel punto di inoculo (che si risolve spontaneamente in pochi giorni) e/o da leggera ipertermia. Il rapporto beneficio/rischio è decisamente a favore del primo ed è per questo motivo che è stata concessa l’autorizzazione alla commercializzazione.

Proviamo quindi ad immaginare uno scenario di protezione del nostro cane a 2 livelli (non più uno come in passato); il primo livello è rappresentato dal repellente chimico nei confronti del flebotomo e il secondo livello dal vaccino che in caso di fallimento del primo livello aiuta a bloccare la diffusione del parassita nell’organismo e lo sviluppo della forma clinica.

Abbiamo aspettato tanto, in particolare nelle regioni del Centro e Sud d’Italia ora abbiamo un’arma in più per continuare una battaglia a protezione del benessere animale e non solo.

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